Introduzione
Che cosa faremo, e perché è andata così
Il percorso in sei moduli, il modo di lavorare, e la storia dei ventisette anni in cui la fisica ha cambiato idea sulla materia e sulla luce.
Il problema di partenza
Nel 1894 il fisico americano Albert Michelson scriveva che le leggi fondamentali della fisica erano state tutte scoperte, e che al futuro restava il compito di misurare le costanti con più decimali. Non era una posizione stravagante: la meccanica di Newton reggeva da due secoli, l'elettromagnetismo di Maxwell aveva unificato luce, elettricità e magnetismo, la termodinamica funzionava. Sembrava un edificio finito.
Restavano però alcuni fenomeni marginali che nessuna di quelle teorie spiegava. Non spiegava male: non spiegava affatto. In tre casi la fisica classica, applicata correttamente, produceva un risultato palesemente assurdo — un'energia infinita, un atomo che collassa in un centomilionesimo di secondo, un urto che non dovrebbe avvenire. Quei tre casi non erano dettagli da sistemare: erano le crepe da cui, tra il 1900 e il 1927, è uscita una fisica nuova.
Questo percorso segue quelle crepe una per una. Non nell'ordine in cui è comodo enunciare le formule, ma nell'ordine in cui i fisici ci sono arrivati: prima l'esperimento che non torna, poi l'ipotesi che lo salva, poi il prezzo concettuale da pagare.
I sei moduli
Dentro ciascun modulo trovi quattro schede, pensate per essere usate in quest'ordine.
- Teoria — il fenomeno, il conflitto con la fisica classica, l'ipotesi che lo risolve. Con i diagrammi e i passaggi espliciti, non solo il risultato.
- Simulazione — le stesse grandezze, ma manovrabili. Ogni simulazione ha un riquadro "che cosa osservare" con tre o quattro esperimenti mirati: fanne almeno uno, perché alcune conclusioni si capiscono solo vedendole cambiare.
- Esercizi — problemi con verifica del risultato, aiuti progressivi che non rivelano la risposta e svolgimento completo. Quando sbagli, il riscontro prova a diagnosticare dove si è rotto il conto: unità confuse, un fattore 2, \(n\) al posto di \(n^2\).
- Quiz del modulo — domande di teoria e problemi a risposta multipla con riscontro immediato. Ogni opzione sbagliata ha la sua spiegazione: se la scegli, ti viene detto quale ragionamento errato porta lì.
Alla fine del percorso c'è una verifica di riepilogo su tutto il programma, con punteggio calcolato alla consegna: dieci domande di teoria e cinque problemi, senza riscontro intermedio.
Ventisette anni, in ordine
Vale la pena tenere presente la cronologia, perché smonta due impressioni sbagliate: che la fisica quantistica sia nata già formata, e che i suoi autori l'abbiano accettata volentieri. Nessuna delle due è vera.
- 1900Planck e il quanto d'azione. Il 14 dicembre, a Berlino, Max Planck presenta alla Società Fisica Tedesca una derivazione della legge del corpo nero che richiede di supporre gli scambi di energia discreti, in multipli di \(hf\). Planck considera l'ipotesi un artificio matematico e passa anni a cercare di eliminarla; molto più tardi la definirà «un atto di disperazione». È la data di nascita convenzionale della fisica quantistica, e il suo autore non ne era convinto.
- 1905Einstein prende i quanti sul serio. Nell'anno in cui pubblica anche la relatività speciale, Einstein propone che la luce sia fatta di quanti, non che si scambi soltanto per quanti, e spiega con questo l'effetto fotoelettrico. È il passo che Planck non voleva fare. Per oltre un decennio l'ipotesi resta minoritaria: nel 1913, raccomandando Einstein per l'Accademia Prussiana, Planck chiede di non tenergli conto di quella «svista» sui quanti di luce.
- 1909-11Rutherford svuota l'atomo. Gli esperimenti di Geiger e Marsden sulla deflessione delle particelle alfa mostrano che la carica positiva è concentrata in un nucleo minuscolo. Rutherford ne ricava il modello planetario, che ha però un difetto fatale: secondo l'elettromagnetismo classico un elettrone in orbita irradia e cade sul nucleo in una frazione infinitesima di secondo.
- 1913Bohr quantizza l'atomo. Niels Bohr postula orbite stabili e transizioni con emissione di un fotone di energia \(hf = E_i - E_f\). Il modello prevede con precisione le righe dell'idrogeno, ma è un ibrido: meccanica classica più regole quantistiche imposte a mano, valide senza una giustificazione.
- 1914-16Millikan misura, controvoglia. Robert Millikan verifica sperimentalmente la relazione di Einstein sul fotoelettrico con grande accuratezza, ricavandone un valore preciso di \(h\). Aveva iniziato l'esperimento convinto di poter smentire l'ipotesi dei quanti di luce, e lo scrive.
- 1922Il Nobel dell'ambiguità. A Einstein viene assegnato il premio Nobel per il 1921, con motivazione «per la scoperta della legge dell'effetto fotoelettrico»: non per la relatività, ancora considerata troppo controversa. La citazione premia la legge, evitando di pronunciarsi sui quanti di luce.
- 1923Compton chiude la questione. Arthur Compton misura la lunghezza d'onda dei raggi X diffusi e trova lo spostamento previsto trattando il processo come un urto fra due particelle. Dopo Compton, la quantità di moto del fotone non è più discutibile.
- 1924de Broglie ribalta l'argomento. Nella sua tesi di dottorato Louis de Broglie propone che anche la materia abbia proprietà ondulatorie, con \(\lambda = h/p\). L'idea è così inconsueta che il relatore chiede un parere a Einstein prima di accettarla.
- 1925La prima meccanica quantistica. A giugno, sull'isola di Helgoland dove si è ritirato per una crisi di raffreddore da fieno, Werner Heisenberg costruisce una teoria basata solo su grandezze osservabili. Con Born e Jordan diventa la meccanica delle matrici: astratta, senza immagini, e per questo accolta con diffidenza.
- 1926Schrödinger e Born. A gennaio Erwin Schrödinger pubblica un'equazione d'onda per la materia, matematicamente equivalente alla teoria di Heisenberg ma molto più maneggevole: i livelli energetici non sono più postulati, escono come soluzioni. A giugno Max Born aggiunge l'interpretazione decisiva: \(|\psi|^2\) è una densità di probabilità. Schrödinger non accetterà mai del tutto questa lettura della propria equazione.
- 1927Indeterminazione, e la conferma del dualismo. A marzo Heisenberg pubblica il principio di indeterminazione. Nello stesso anno Davisson e Germer osservano la diffrazione degli elettroni, confermando de Broglie. A ottobre, al quinto congresso Solvay di Bruxelles, inizia il confronto pubblico fra Einstein e Bohr sul significato della teoria: Einstein non contesta i conti, contesta che la descrizione probabilistica sia definitiva. Il dibattito durerà decenni.
- 1932-33I premi arrivano dopo. Il Nobel va a Heisenberg (1932) e a Schrödinger e Dirac (1933). Nel giro di un decennio la teoria che nessuno voleva è diventata lo strumento standard della fisica.
- 1976-89L'esperimento pensato diventa reale. La doppia fenditura con elettroni inviati uno alla volta, per decenni solo un esperimento mentale, viene realizzata a Bologna dal gruppo di Merli, Missiroli e Pozzi e poi, con immagini rimaste celebri, da Tonomura e collaboratori. La figura di interferenza si forma un punto dopo l'altro, esattamente come previsto. È la simulazione del modulo 4.
Molte affermazioni di questo percorso sembreranno sbagliate alla prima lettura. Non perché siano spiegate male, ma perché l'intuizione che abbiamo costruito su oggetti grandi — palle, onde sull'acqua, pianeti — non si estende alla scala atomica. Il disagio è la reazione corretta, ed è la stessa che hanno provato Planck, Millikan, Schrödinger ed Einstein, ciascuno a modo suo.
Il modo di superarlo non è «immaginarlo meglio»: è seguire gli esperimenti e accettare che la descrizione giusta sia quella che li riproduce. Quando una simulazione contraddice quello che ti aspettavi, quella è la parte utile: fermati lì e chiediti quale assunzione classica stavi usando.
Serve saper usare energia cinetica e potenziale, la relazione fra frequenza e lunghezza d'onda \(c = \lambda f\), la conservazione di energia e quantità di moto, e le potenze di dieci. Non serve il calcolo differenziale: dove una derivata sarebbe naturale, il passaggio è enunciato e discusso a parole.
Le energie atomiche si esprimono in elettronvolt (\(1\ \mathrm{eV} = 1{,}602\cdot10^{-19}\) J) e le lunghezze d'onda in nanometri o picometri. Torna utilissima la combinazione \(hc = 1240\ \mathrm{eV\,nm}\), che dà l'energia di un fotone in eV dividendo semplicemente per la lunghezza d'onda in nm. I valori delle costanti usate sono in fondo alla pagina.
Modulo 1 di 6
Corpo nero e ipotesi di Planck
Dove la fisica classica produce un infinito, e il primo quanto della storia.
Stiamo entrando in una scala — quella atomica — dove le regole cambiano. Molte affermazioni che seguono sembreranno sbagliate alla prima lettura: non perché siano spiegate male, ma perché l'intuizione che abbiamo costruito su oggetti grandi (palle, onde sull'acqua, pianeti) non si estende fino qui. Il disagio che senti è la reazione corretta, ed è la stessa che hanno provato i fisici tra il 1900 e il 1927. Il metodo per superarlo non è "immaginarlo meglio": è seguire gli esperimenti, e accettare che la descrizione giusta sia quella che li riproduce.
1. La crisi della fisica classica
Alla fine dell'Ottocento la fisica classica appare quasi conclusa: la meccanica di Newton descrive il moto, l'elettromagnetismo di Maxwell descrive luce, campi e onde, la termodinamica descrive il calore. Restano però alcuni fenomeni "residui" che nessuna di queste teorie riesce a spiegare. Non si tratta di dettagli tecnici: sono punti in cui la teoria classica non dà un risultato leggermente sbagliato, ma un risultato assurdo.
Il primo di questi problemi è la radiazione emessa dai corpi caldi.
Il corpo nero
Ogni corpo a temperatura \(T\) emette radiazione elettromagnetica. Per studiare il fenomeno in modo pulito si introduce un modello ideale, il corpo nero: un oggetto che assorbe tutta la radiazione che lo colpisce (non ne riflette nessuna) e che, all'equilibrio termico, riemette uno spettro che dipende solo dalla temperatura, non dal materiale. In laboratorio si approssima con una cavità chiusa a pareti calde, con un piccolo foro da cui osservare la radiazione interna.
Sperimentalmente lo spettro del corpo nero ha una forma caratteristica a campana: cresce, raggiunge un massimo a una certa lunghezza d'onda \(\lambda_{max}\), poi decresce. Due leggi empiriche lo riassumono:
Legge dello spostamento di Wien — al crescere della temperatura il massimo si sposta verso lunghezze d'onda minori (dal rosso verso il blu):
\[ \lambda_{max}\, T = 2{,}90\cdot10^{-3}\ \mathrm{m\,K} \]Legge di Stefan-Boltzmann — l'intensità totale irradiata cresce con la quarta potenza della temperatura:
\[ I = \sigma T^{4}, \qquad \sigma = 5{,}67\cdot10^{-8}\ \mathrm{W\,m^{-2}K^{-4}} \]Il problema nasce quando si prova a derivare quella curva a campana dalla fisica classica.
La catastrofe ultravioletta
Il ragionamento classico è questo: la radiazione dentro la cavità è un insieme di onde stazionarie (i "modi" del campo elettromagnetico). La termodinamica classica assegna a ciascun modo la stessa energia media \(kT\) — è il teorema di equipartizione. Ma il numero di modi disponibili cresce rapidamente al diminuire della lunghezza d'onda: nella cavità c'è "spazio" per un numero enorme di onde molto corte. Il risultato è la legge di Rayleigh-Jeans:
\[ u(\lambda, T) \;\propto\; \frac{kT}{\lambda^{4}} \]Per grandi lunghezze d'onda la formula funziona: coincide con i dati. Ma per \(\lambda \to 0\) l'intensità prevista diverge: cresce senza limite. Integrando su tutte le lunghezze d'onda, l'energia totale emessa da qualsiasi corpo caldo risulterebbe infinita. Questo è ciò che si chiama catastrofe ultravioletta.
La catastrofe ultravioletta non è "un errore di calcolo" né "una misura imprecisa". È una previsione infinita ottenuta applicando correttamente la fisica classica. Quando una teoria consolidata produce un infinito dove l'esperimento misura un numero finito, il problema non è nei dati: è in una delle ipotesi di partenza. Individuare quale ipotesi è la parte difficile.
L'ipotesi di Planck (1900)
Max Planck trova la formula corretta e poi, per giustificarla, è costretto a un'ipotesi che lui stesso considera inizialmente un artificio matematico: gli oscillatori delle pareti della cavità non possono scambiare energia in quantità arbitraria. Possono scambiarla solo in pacchetti discreti, multipli interi di una quantità elementare proporzionale alla frequenza:
\[ E_n = n\,h f, \qquad n = 0, 1, 2, 3, \dots \]dove \(h\) è la costante di Planck:
\[ h = 6{,}626\cdot10^{-34}\ \mathrm{J\,s} = 4{,}136\cdot10^{-15}\ \mathrm{eV\,s} \]Con questa ipotesi la formula che si ottiene è la legge di Planck:
\[ u(\lambda, T) = \frac{8\pi h c}{\lambda^{5}} \cdot \frac{1}{e^{\,hc/\lambda k T} - 1} \]e riproduce i dati su tutto lo spettro.
Perché la quantizzazione risolve la catastrofe? Perché ai modi di alta frequenza (\(\lambda\) piccola) serve un pacchetto di energia grande, \(hf\), per essere eccitati anche solo una volta. Se l'energia termica tipica \(kT\) è molto minore di \(hf\), quel modo resta praticamente spento: non esiste il "mezzo pacchetto" che gli permetterebbe di partire. La quantizzazione agisce come una soglia di ingresso che spegne progressivamente i modi ad alta frequenza, e l'integrale diventa finito.
Un'analogia che funziona: un distributore automatico che accetta solo monete da 1 euro. Se hai 0,70 euro non compri nulla, non compri "il 70% di un prodotto". Allo stesso modo un modo di alta frequenza richiede un quanto \(hf\) intero, e se l'agitazione termica non lo fornisce, quel modo non si eccita.
Dove l'analogia si rompe: le monete esistono già come oggetti, mentre qui la discretizzazione riguarda lo scambio di energia, non la presenza di oggettini preconfezionati dentro la parete. Nel 1900 Planck sta quantizzando gli scambi degli oscillatori, non ancora la luce stessa. Quel passo lo fa Einstein cinque anni dopo.
Nota l'ordine di grandezza di \(h\): \(10^{-34}\) in unità SI. Per un'oscillazione macroscopica la granularità dei pacchetti è così fine che nessuno strumento può notarla, e la fisica classica torna a essere un'eccellente approssimazione. La quantizzazione non è "un'altra fisica": è la fisica che c'è sempre stata, ma i cui effetti diventano visibili solo quando \(hf\) è confrontabile con le energie in gioco.
La curva mostra quanta energia il corpo nero emette a ciascuna lunghezza d'onda. Muovi la temperatura e osserva due cose insieme: il massimo che si sposta verso il blu (legge di Wien) e l'area totale che cresce molto più rapidamente (legge di Stefan-Boltzmann). La curva tratteggiata è la previsione classica di Rayleigh-Jeans: coincide con quella corretta alle grandi lunghezze d'onda e diverge nell'ultravioletto.
- Con scala fissa porta la temperatura da 3000 a 6000 K: l'altezza non raddoppia, cresce di circa sedici volte. È il \(T^4\) di Stefan-Boltzmann.
- Guarda dove cade il massimo rispetto alla banda visibile: sotto i 1000 K il corpo emette quasi solo infrarosso, ed è per questo che un ferro tiepido non si vede al buio.
- Il rapporto \(hf/kT\) a 200 nm dice quanto è "caro" un quanto ultravioletto rispetto all'energia termica disponibile: quando è molto maggiore di 1, quel modo resta spento. È il meccanismo che spegne la catastrofe.
- Attiva la curva classica e osserva che a destra le due curve si sovrappongono: la fisica classica non era sbagliata, era incompleta.
Formule di questo modulo
\[ \lambda_{max}T = 2{,}90\cdot10^{-3}\ \mathrm{m\,K} \qquad I = \sigma T^4 \]\[ E_n = n\,hf \qquad h = 6{,}626\cdot10^{-34}\ \mathrm{J\,s} \]Risolti correttamente: 0 / 0
Modulo 2 di 6
Effetto fotoelettrico
La luce cede energia a pacchetti indivisibili: soglia, istantaneità, linearità.
2. L'effetto fotoelettrico
Se si illumina una superficie metallica pulita, in certe condizioni il metallo emette elettroni (detti fotoelettroni). Il fenomeno, scoperto da Hertz nel 1887 e studiato in dettaglio da Lenard, si misura con una cella fotoelettrica: due elettrodi in un tubo a vuoto, la luce colpisce il catodo, e un amperometro misura la corrente degli elettroni raccolti dall'anodo.
Che cosa dice la teoria ondulatoria classica
Nella descrizione classica la luce è un'onda elettromagnetica: il campo elettrico dell'onda fa oscillare gli elettroni del metallo, che accumulano energia fino a strapparsi via. Da questo modello seguono tre previsioni molto precise:
- Aumentando l'intensità della luce, il campo è più forte, quindi gli elettroni escono con energia cinetica maggiore.
- L'emissione deve avvenire con qualunque frequenza: basta illuminare abbastanza a lungo o abbastanza forte perché l'energia si accumuli.
- Con luce molto debole deve esserci un ritardo misurabile tra l'inizio dell'illuminazione e la prima emissione, il tempo necessario per accumulare l'energia.
Che cosa dice l'esperimento
Tutte e tre le previsioni sono sbagliate.
| Osservazione | Previsione classica | Risultato sperimentale |
|---|---|---|
| Effetto dell'intensità | Elettroni più energetici | Più elettroni, ma ciascuno con la stessa energia massima |
| Effetto della frequenza | Nessun ruolo particolare | Esiste una frequenza di soglia \(f_0\): sotto \(f_0\) nessuna emissione, a qualunque intensità |
| Ritardo con luce debole | Ritardo tanto maggiore quanto più debole è la luce | Emissione praticamente istantanea (\(<10^{-9}\) s), anche con luce molto debole |
| Energia cinetica massima | Dipende dall'intensità | Dipende linearmente dalla frequenza, con pendenza \(h\) uguale per tutti i metalli |
Il punto più netto è la soglia. Con luce rossa intensissima su una superficie di zinco non esce un solo elettrone; con luce ultravioletta debolissima l'emissione parte subito. Un'onda classica non può comportarsi così: per un'onda, "molta energia a bassa frequenza" e "poca energia ad alta frequenza" dovrebbero essere entrambe capaci di strappare elettroni, la prima anzi più facilmente.
La spiegazione di Einstein (1905)
Einstein propone di prendere alla lettera, ed estendere, l'ipotesi di Planck: la luce non solo viene scambiata a pacchetti, è fatta di pacchetti di energia localizzati, che chiamiamo fotoni. L'energia di un fotone di frequenza \(f\) vale
\[ E = h f = \frac{h c}{\lambda} \]e, in unità comode per l'atomo, con \(hc = 1240\ \mathrm{eV\,nm}\):
\[ E\,[\mathrm{eV}] = \frac{1240}{\lambda\,[\mathrm{nm}]} \]L'interazione tra luce e elettrone è ora un evento uno-a-uno: un fotone cede tutta la sua energia a un singolo elettrone, oppure non interagisce. Per uscire dal metallo l'elettrone deve pagare un pedaggio, il lavoro di estrazione \(W\) (o funzione lavoro), che è l'energia minima di legame alla superficie e dipende dal materiale. Il resto diventa energia cinetica:
\[ K_{max} = h f - W \]Questa singola equazione spiega tutte le osservazioni:
- Soglia. Se \(hf < W\) l'elettrone non ha abbastanza energia per uscire, e nessun aumento del numero di fotoni cambia la situazione: mille fotoni troppo poveri non si sommano su un solo elettrone. La frequenza di soglia è \(f_0 = W/h\), cui corrisponde \(\lambda_0 = hc/W\).
- Intensità. Aumentare l'intensità significa aumentare il numero di fotoni al secondo, quindi il numero di elettroni emessi (la corrente), non l'energia di ciascuno.
- Istantaneità. L'assorbimento è un singolo evento, non un accumulo: non serve tempo per "caricare" l'elettrone.
- Linearità. Il grafico di \(K_{max}\) in funzione di \(f\) è una retta di pendenza \(h\) e intercetta \(-W\). La pendenza è la stessa per ogni metallo: è una costante universale. Cambiando materiale la retta si sposta, non si inclina.
Sperimentalmente \(K_{max}\) si misura con il potenziale d'arresto \(V_a\): si applica una tensione inversa che frena gli elettroni, e si cerca il valore che annulla la corrente. Allora
\[ e\,V_a = K_{max} = h f - W \]| Metallo | \(W\) (eV) | \(f_0\) (Hz) | \(\lambda_0\) (nm) | Regione |
|---|---|---|---|---|
| Cesio | 2,14 | \(5{,}17\cdot10^{14}\) | 579 | giallo |
| Sodio | 2,28 | \(5{,}51\cdot10^{14}\) | 544 | verde |
| Calcio | 2,87 | \(6{,}94\cdot10^{14}\) | 432 | blu-violetto |
| Zinco | 4,31 | \(1{,}04\cdot10^{15}\) | 288 | ultravioletto |
| Rame | 4,70 | \(1{,}14\cdot10^{15}\) | 264 | ultravioletto |
| Platino | 5,65 | \(1{,}37\cdot10^{15}\) | 219 | ultravioletto |
Chiamare il fotone "particella di luce" è comodo ma pericoloso. Un fotone non è una biglia minuscola con un raggio, una traiettoria e una posizione definita in ogni istante. È un quanto del campo elettromagnetico: la quantità minima e indivisibile di energia che il campo può scambiare a quella frequenza. Ha energia \(hf\), quantità di moto \(p = hf/c = h/\lambda\), massa nulla, e viaggia sempre a \(c\).
L'immagine meno sbagliata è quella di un pacchetto: un'onda concentrata, che si comporta come un'entità unica quando viene assorbita o emessa. È l'immagine usata nella simulazione dell'effetto fotoelettrico: i pacchetti d'onda arrivano sulla superficie, e ciascuno vive o muore in un unico evento.
I pacchetti d'onda a sinistra sono i fotoni: il loro colore e la loro frequenza spaziale dipendono dalla lunghezza d'onda scelta, il loro numero dall'intensità. Ogni pacchetto che raggiunge la superficie viene assorbito da un singolo elettrone. Se \(hf \ge W\) l'elettrone esce e viaggia verso il collettore con energia cinetica \(K_{max} = hf - W\); se \(hf < W\) l'energia viene solo dissipata e non esce nulla, per quanti pacchetti si mandino.
Grafico \(K_{max}(f)\)
Che cosa osservare
- Muovi solo l'intensità: la corrente cambia, \(K_{max}\) resta fissa. Gli elettroni escono più numerosi, non più veloci.
- Muovi solo la lunghezza d'onda verso il basso (frequenza in alto): \(K_{max}\) cresce linearmente e gli elettroni si vedono partire più rapidi.
- Attraversa \(\lambda_0\): l'emissione si spegne di colpo, non gradualmente. Sotto soglia, l'intensità al 100% non serve a nulla.
- Cambia materiale: il punto rappresentativo salta su un'altra retta parallela. La pendenza è \(h\) e non dipende dal metallo.
- Alza la tensione frenante fino ad annullare la corrente: quel valore è il potenziale d'arresto, e misura \(K_{max}\) in elettronvolt.
Formule di questo modulo
\[ E = hf = \frac{hc}{\lambda} \qquad E[\mathrm{eV}] = \frac{1240}{\lambda[\mathrm{nm}]} \]\[ K_{max} = hf - W \qquad f_0 = \frac{W}{h} \qquad eV_a = K_{max} \]Risolti correttamente: 0 / 0
Modulo 3 di 6
Effetto Compton
Il fotone urta un elettrone e rincula: la quantità di moto della luce, misurata.
3. L'effetto Compton
L'effetto fotoelettrico mostra che la luce cede energia a pacchetti. L'effetto Compton (1923) mostra qualcosa di più forte: nell'interazione con un elettrone il fotone si comporta a tutti gli effetti come una particella dotata di quantità di moto, e l'urto obbedisce alle stesse leggi di conservazione di un urto tra due biglie.
L'esperimento
L'apparato è concettualmente semplice. Una sorgente produce raggi X monocromatici (Compton usa la riga \(K_\alpha\) del molibdeno, \(\lambda = 71{,}1\) pm); il fascio colpisce un blocchetto di grafite; un rivelatore mobile, montato su un braccio rotante, raccoglie la radiazione diffusa a un angolo \(\theta\) scelto dallo sperimentatore. Per ciascun angolo uno spettrometro a cristallo misura la lunghezza d'onda della radiazione raccolta.
Il risultato è che a ogni angolo lo spettro diffuso contiene due picchi: uno alla lunghezza d'onda incidente \(\lambda\), uno spostato a \(\lambda' > \lambda\). Il secondo picco è la novità, e la sua posizione cambia con l'angolo in modo perfettamente riproducibile.
Il picco non spostato viene dalla diffusione sugli elettroni fortemente legati: in quel caso il fotone urta di fatto l'intero atomo, la cui massa è migliaia di volte maggiore, e nella formula \(h/(mc)\) va usata la massa dell'atomo anziché quella dell'elettrone. Lo spostamento diventa allora così piccolo da risultare inosservabile. Il picco spostato viene invece dagli elettroni esterni, debolmente legati, che si comportano come praticamente liberi. La formula di Compton descrive questi ultimi, ed è per questo che contiene \(m_e\).
Compton invia raggi X di lunghezza d'onda \(\lambda\) nota su un bersaglio di grafite e misura la radiazione diffusa a vari angoli. Trova che parte della radiazione diffusa ha lunghezza d'onda maggiore di quella incidente, e che l'aumento dipende solo dall'angolo di diffusione \(\theta\):
\[ \Delta\lambda = \lambda' - \lambda = \frac{h}{m_e c}\,\bigl(1 - \cos\theta\bigr) \]La costante \(\lambda_C = h/(m_e c) = 2{,}43\cdot10^{-12}\ \mathrm{m} = 2{,}43\) pm si chiama lunghezza d'onda Compton dell'elettrone.
Classicamente questo è impossibile: un'onda che fa oscillare un elettrone lo fa oscillare alla propria frequenza, quindi la radiazione riemessa dovrebbe avere la stessa \(\lambda\) di quella incidente, qualunque sia l'angolo. Lo spostamento in lunghezza d'onda è invece esattamente ciò che si ottiene trattando il processo come un urto elastico relativistico fotone-elettrone, imponendo la conservazione dell'energia e della quantità di moto con
\[ E_{\text{fotone}} = h f, \qquad p_{\text{fotone}} = \frac{hf}{c} = \frac{h}{\lambda} \]Il fotone urta l'elettrone, gli cede una parte di energia e quantità di moto, e riparte con energia minore: energia minore significa frequenza minore, cioè lunghezza d'onda maggiore. L'elettrone rinculando porta via il resto (per questo si parla di elettroni di rinculo).
Due osservazioni utili:
- Lo spostamento massimo si ha per \(\theta = 180^\circ\) (retrodiffusione), dove \(\Delta\lambda = 2\lambda_C = 4{,}86\) pm; per \(\theta = 0\) non c'è spostamento, coerentemente con il fatto che senza deviazione non c'è scambio.
- \(\Delta\lambda\) è una quantità assoluta di pochi picometri: per questo l'effetto è ben visibile con raggi X (\(\lambda \sim 10\) pm, spostamento relativo grande) e del tutto trascurabile con luce visibile (\(\lambda \sim 500\) nm, cioè 500 000 pm).
Come si ricava la formula
Il conto non richiede nulla di più delle conservazioni, purché si usino le espressioni relativistiche. Si scrivono le tre equazioni per un fotone che arriva lungo \(x\) su un elettrone in quiete:
- Conservazione dell'energia. \(\dfrac{hc}{\lambda} + m_ec^2 = \dfrac{hc}{\lambda'} + E_e\), dove \(E_e = \sqrt{(p_ec)^2 + (m_ec^2)^2}\) è l'energia totale dell'elettrone dopo l'urto.
- Quantità di moto lungo \(x\). \(\dfrac{h}{\lambda} = \dfrac{h}{\lambda'}\cos\theta + p_e\cos\varphi\).
- Quantità di moto lungo \(y\). \(0 = -\dfrac{h}{\lambda'}\sin\theta + p_e\sin\varphi\), che è la ragione per cui l'elettrone rincula sempre dalla parte opposta al fotone diffuso.
Eliminando fra queste le due incognite che non interessano — il modulo \(p_e\) e l'angolo \(\varphi\) dell'elettrone — resta una sola relazione fra \(\lambda\), \(\lambda'\) e \(\theta\), ed è precisamente la formula di Compton. Il fatto notevole è che il risultato non contiene \(\lambda\): lo spostamento è lo stesso per qualunque radiazione incidente.
Dalle stesse equazioni si ricava anche l'angolo dell'elettrone,
\[ \cot\varphi = \left(1 + \frac{E}{m_ec^2}\right)\tan\frac{\theta}{2} \]che è sempre acuto: l'elettrone parte necessariamente in avanti, perché la quantità di moto iniziale puntava tutta in avanti. Nella simulazione di questo modulo puoi verificarlo angolo per angolo.
Fotoelettrico e Compton: due prove diverse
| Effetto fotoelettrico | Effetto Compton | |
|---|---|---|
| Cosa si misura | energia cinetica massima degli elettroni estratti | lunghezza d'onda della radiazione diffusa a un dato angolo |
| Grandezza del fotone in gioco | energia \(E = hf\) | energia \(E = hf\) e quantità di moto \(p = h/\lambda\) |
| Il fotone | viene assorbito e scompare | sopravvive, con energia minore |
| Scappatoia classica | si può ancora ipotizzare che sia il metallo ad assorbire per quanti | nessuna: è cinematica di un urto fra due corpi |
| Regione dello spettro | visibile e ultravioletto | raggi X e raggi gamma |
Nell'effetto fotoelettrico si potrebbe ancora sospettare che la discretizzazione riguardi il metallo e non la luce. Nell'effetto Compton no: si misura la cinematica di un urto, e i conti tornano solo attribuendo al fotone una quantità di moto \(h/\lambda\). È la prova che la natura corpuscolare appartiene alla radiazione stessa.
Un fotone di raggi X arriva su un elettrone in quiete. Scegli la lunghezza d'onda incidente e l'angolo di diffusione: la simulazione calcola il fotone diffuso e il rinculo dell'elettrone imponendo la conservazione di energia e quantità di moto, esattamente come in un urto tra due corpi.
- \(\Delta\lambda\) dipende solo dall'angolo, non dalla lunghezza d'onda incidente: muovi \(\lambda\) e guarda che \(\Delta\lambda\) non cambia.
- Quello che cambia è \(\Delta\lambda/\lambda\), cioè l'effetto relativo. Premi "Prova con luce visibile": lo spostamento resta di pochi picometri e diventa una frazione impercettibile. Per questo l'effetto si osserva con raggi X.
- A \(\theta = 0\) non c'è scambio: nessuna deviazione, nessuna perdita di energia. Il massimo trasferimento è nella retrodiffusione.
- L'elettrone parte sempre in avanti (\(\varphi < 90°\)): la componente di quantità di moto lungo la direzione iniziale deve conservarsi.
Formule di questo modulo
\[ \Delta\lambda = \lambda' - \lambda = \frac{h}{m_e c}(1-\cos\theta) \]\[ \lambda_C = \frac{h}{m_e c} = 2{,}43\ \mathrm{pm} \qquad p_{\text{fotone}} = \frac{h}{\lambda} \]Risolti correttamente: 0 / 0
Modulo 4 di 6
Dualismo onda-particella
de Broglie, la doppia fenditura e la probabilità che non è ignoranza.
4. Dualismo onda-particella
La situazione a questo punto è scomoda. Interferenza e diffrazione dicono che la luce è un'onda; effetto fotoelettrico e Compton dicono che è fatta di quanti con energia e quantità di moto definite. Non si può scegliere: servono entrambe le descrizioni, in esperimenti diversi. Questo è il dualismo onda-particella.
Il dualismo non significa che la luce "a volte è un'onda e a volte una particella", come se cambiasse natura a seconda di chi guarda. Significa che nessuno dei due modelli classici la descrive completamente: sono due approssimazioni, ciascuna adeguata a una classe di esperimenti. L'oggetto quantistico è una cosa sola, per cui non abbiamo un'immagine intuitiva perché non esiste nulla di simile alla nostra scala. Le parole "onda" e "particella" sono nostre, non sue.
L'ipotesi di de Broglie (1924)
Louis de Broglie fa un passo di simmetria: se la luce, che consideravamo onda, ha proprietà corpuscolari, allora la materia, che consideravamo corpuscolare, deve avere proprietà ondulatorie. A ogni particella di quantità di moto \(p\) associa una lunghezza d'onda
\[ \lambda = \frac{h}{p} = \frac{h}{m v} \]Per un elettrone non relativistico accelerato da una differenza di potenziale \(V\) si ha \(K = eV = p^2/(2m)\), quindi \(p = \sqrt{2 m e V}\) e
\[ \lambda = \frac{h}{\sqrt{2 m_e e V}} \;=\; \frac{1{,}226}{\sqrt{V\,[\mathrm{V}]}}\ \mathrm{nm} \]Con \(V = 100\) V si ottiene \(\lambda \approx 0{,}12\) nm: dell'ordine della distanza tra gli atomi in un cristallo. Questo rende l'ipotesi verificabile — e nel 1927 Davisson e Germer osservano la diffrazione degli elettroni su un cristallo di nichel, con massimi nelle posizioni previste dalla legge di Bragg usando proprio \(\lambda = h/p\). Thomson ottiene lo stesso risultato con lamine metalliche sottili.
Perché non vediamo la natura ondulatoria degli oggetti quotidiani? Perché \(h\) è minuscolo. Una pallina da tennis di 60 g a 30 m/s ha
\[ \lambda = \frac{6{,}63\cdot10^{-34}}{0{,}060 \cdot 30} \approx 3{,}7\cdot10^{-34}\ \mathrm{m} \]cioè venti ordini di grandezza sotto il raggio di un protone. Nessuna fenditura può essere abbastanza piccola per rivelarla. La natura ondulatoria della materia non è "solo per gli elettroni": è per tutto, ma diventa osservabile solo quando \(\lambda\) è confrontabile con le dimensioni del sistema.
La doppia fenditura con elettroni
È l'esperimento in cui il dualismo diventa impossibile da ignorare. Un fascio molto debole di elettroni — così debole che ne parte uno alla volta — attraversa uno schermo con due fenditure vicine e arriva su un rivelatore. Che cosa si osserva:
- Ogni elettrone viene rivelato come un singolo punto localizzato. Non arriva mai "mezzo elettrone", né una macchia diffusa: l'arrivo è sempre puntuale, come per una particella.
- I primi punti sembrano distribuiti a caso. Non c'è modo di prevedere dove arriverà il prossimo.
- Accumulando migliaia di punti compare una figura di interferenza a frange chiare e scure, con la spaziatura prevista dall'ottica ondulatoria usando \(\lambda = h/p\).
- Se si chiude una fenditura, la figura di interferenza scompare e resta la larga distribuzione di una fenditura sola. E in alcuni punti dove con una sola fenditura aperta arrivavano elettroni, con due fenditure aperte non ne arriva nessuno.
- Se si installa un rivelatore che determina da quale fenditura è passato ciascun elettrone, le frange scompaiono. Non c'è modo di avere insieme l'informazione sul percorso e la figura di interferenza.
Il punto 4 è quello che chiude ogni via di fuga classica. Se ogni elettrone passasse da una fenditura o dall'altra come una pallina, aprire la seconda fenditura potrebbe solo aggiungere modi di arrivare in un punto, mai togliere quelli esistenti. Invece l'apertura di un secondo cammino impedisce certi arrivi: è il comportamento di ampiezze che si sommano e possono cancellarsi, non di probabilità classiche che si sommano sempre positive.
Il punto 3 dice qualcosa sul significato dell'onda: la figura di interferenza non è la forma di un singolo elettrone "spalmato". Con un elettrone alla volta, e ore di attesa tra un elettrone e il successivo, la figura si costruisce comunque. Quindi l'onda non descrive un affollamento di molti elettroni che interferiscono tra loro: descrive la distribuzione di probabilità dei punti di arrivo del singolo elettrone. Ogni elettrone interferisce con se stesso.
"Ma da quale fenditura è passato in realtà?" è la domanda che tutti fanno. La risposta della meccanica quantistica non è "non lo sappiamo": è che quando la figura di interferenza c'è, l'affermazione "è passato dalla fenditura A" non è né vera né falsa, perché non corrisponde a nulla di misurabile. Se la misuriamo, la misura c'è — e in quel caso l'interferenza non c'è più. Non si tratta di ignoranza su un fatto nascosto: si tratta di un fatto che non è definito finché non lo si stabilisce con una misura, che a sua volta cambia il fenomeno.
Questa è la parte che l'intuizione rifiuta più a lungo. Non è un difetto di comprensione: è il punto in cui il modello classico di "oggetto con proprietà definite in ogni istante" cessa di applicarsi.
Gli elettroni partono uno alla volta. Ciascuno viene rivelato come un singolo punto sullo schermo di destra: nessun elettrone arriva "spalmato". La figura non è nel singolo elettrone, è nella statistica dei punti. Per questo la simulazione va lasciata lavorare: nei primi cinquanta impatti non si vede nulla, dopo qualche migliaio la figura è nitida.
1. Avvia con due fenditure e guarda i primi punti: casuali. Poi lascia arrivare a qualche migliaio: la figura c'è, senza che nessun singolo elettrone l'abbia "disegnata".
2. Azzera e passa a una fenditura. Confronta le due figure: individua un punto dove con una fenditura arrivavano elettroni e con due non ne arriva nessuno. Aprire un cammino in più ha tolto possibilità di arrivo — cosa impossibile per palline che passano da una parte o dall'altra.
3. Con due fenditure aperte, attiva il rivelatore di percorso. Le frange scompaiono e resta la somma delle due distribuzioni. Non c'è configurazione in cui si abbia insieme l'informazione sul percorso e l'interferenza.
Formule di questo modulo
\[ \lambda = \frac{h}{p} = \frac{h}{mv} \qquad \lambda = \frac{1{,}226}{\sqrt{V[\mathrm V]}}\ \mathrm{nm} \]\[ d\sin\theta = m\lambda \qquad P \propto |\psi_A + \psi_B|^2 \]Risolti correttamente: 0 / 0
Modulo 5 di 6
Modelli atomici e atomo di Bohr
Da Thomson agli spettri a righe: perché l'atomo classico non può esistere.
5. I modelli atomici
Parallelamente, un secondo filone di problemi riguarda la struttura dell'atomo. Qui la fisica classica non fallisce su un dettaglio: fallisce nel rendere l'atomo stabile.
Thomson: il modello a "panettone" (1904)
Scoperto l'elettrone (Thomson, 1897), il primo modello immagina l'atomo come una sfera di carica positiva diffusa, di raggio \(\sim 10^{-10}\) m, con gli elettroni immersi dentro come uvette in un impasto. Il modello è elettricamente neutro, spiega la ionizzazione (si strappa un elettrone) e prevede che una particella carica veloce, attraversando l'atomo, subisca solo piccole deviazioni: la carica positiva è spalmata, quindi i campi interni sono deboli.
Rutherford: il nucleo (1911)
Rutherford, con Geiger e Marsden, bombarda una lamina d'oro sottilissima con particelle \(\alpha\) (nuclei di elio, carica \(+2e\)). Il risultato attesa/realtà:
- La grande maggioranza delle \(\alpha\) passa quasi indisturbata — compatibile con Thomson.
- Ma circa una su ottomila viene deviata di più di \(90^\circ\), e alcune tornano indietro. Con le parole di Rutherford, "come sparare a un foglio di carta velina e vedere il proiettile rimbalzare".
Una deviazione così grande richiede un urto con una carica positiva molto concentrata. Dai dati Rutherford deduce che la carica positiva e quasi tutta la massa occupano una regione di raggio \(\sim 10^{-15}\) m: il nucleo, circa \(10^{5}\) volte più piccolo dell'atomo. Ne segue il modello planetario: nucleo al centro, elettroni in orbita, e in mezzo essenzialmente vuoto.
La crisi del modello planetario
Il modello di Rutherford spiega la diffusione, ma è insostenibile per due motivi, entrambi gravi.
Instabilità per irraggiamento. L'elettrone in orbita circolare è una carica in moto accelerato (accelerazione centripeta). L'elettromagnetismo di Maxwell prevede che una carica accelerata irradi energia. Perdendo energia l'orbita si restringe, l'elettrone spiraleggia verso il nucleo, e il calcolo classico dà un tempo di collasso dell'ordine di \(10^{-11}\) s. In altre parole: secondo la fisica classica l'atomo non può esistere. Poiché gli atomi esistono da miliardi di anni, qualcosa nella teoria non funziona.
Spettri a righe. Durante il collasso a spirale la frequenza di rotazione cambierebbe con continuità, quindi un gas eccitato dovrebbe emettere uno spettro continuo. Invece un gas rarefatto eccitato emette solo righe discrete, sempre le stesse per un dato elemento, come un codice a barre caratteristico. Per l'idrogeno le righe visibili (serie di Balmer) hanno lunghezze d'onda che seguono la formula empirica trovata da Balmer nel 1885 e generalizzata da Rydberg:
\[ \frac{1}{\lambda} = R_H\left(\frac{1}{n_f^{2}} - \frac{1}{n_i^{2}}\right), \qquad R_H = 1{,}097\cdot10^{7}\ \mathrm{m^{-1}} \]Una formula così semplice e con numeri interi dentro non può essere un caso: sta indicando che nell'atomo c'è qualcosa di intrinsecamente discreto.
Il modello di Bohr (1913)
Bohr costruisce un modello ibrido: mantiene le orbite classiche, ma impone tre postulati che la fisica classica non giustifica.
- Stati stazionari. L'elettrone può occupare solo determinate orbite, dette stazionarie, su cui non irradia, contrariamente a quanto prevede Maxwell. Ciascuna ha un'energia \(E_n\) ben definita.
- Quantizzazione del momento angolare. Le orbite permesse sono quelle in cui \(L = m v r = n \hbar\), con \(n = 1, 2, 3, \dots\) e \(\hbar = h/2\pi\).
- Transizioni quantiche. L'atomo emette o assorbe radiazione solo passando da un'orbita all'altra, e il fotone coinvolto ha energia esattamente pari alla differenza tra i due livelli: \[ h f = E_i - E_f \]
Imponendo il secondo postulato all'equilibrio tra forza di Coulomb e forza centripeta si ricavano raggi ed energie permesse. Per l'idrogeno:
\[ r_n = n^{2} a_0, \qquad a_0 = 0{,}0529\ \mathrm{nm} \] \[ E_n = -\frac{13{,}6\ \mathrm{eV}}{n^{2}} \]Il significato dei segni e dei numeri:
- L'energia è negativa perché lo stato è legato: serve fornire energia per liberare l'elettrone. Lo zero è convenzionalmente posto a elettrone libero e fermo, cioè a \(n \to \infty\).
- \(E_1 = -13{,}6\) eV è lo stato fondamentale, il più stabile. Da qui l'energia di ionizzazione dell'idrogeno è 13,6 eV.
- I livelli si infittiscono al crescere di \(n\) (vanno come \(1/n^2\)), e convergono a zero: sopra 0 eV l'elettrone è libero e lo spettro torna continuo.
- Il raggio cresce come \(n^2\): l'orbita \(n=4\) è 16 volte più grande della fondamentale. Nella simulazione della sezione 2 la scala radiale è compressa, altrimenti \(n=1\) sarebbe invisibile.
Dalla combinazione dei postulati 1 e 3 si ottiene direttamente la formula di Rydberg, con \(R_H\) espresso in termini di \(m_e\), \(e\), \(h\) e \(c\): un risultato numericamente esatto, che è stato il grande successo del modello. Le transizioni si organizzano in serie, ciascuna caratterizzata dal livello di arrivo:
| Serie | Livello finale | Regione | Righe principali |
|---|---|---|---|
| Lyman | \(n_f = 1\) | ultravioletto | 121,6 nm (2→1); 102,6 nm (3→1) |
| Balmer | \(n_f = 2\) | visibile | 656,3 nm (3→2); 486,1 nm (4→2); 434,0 nm (5→2); 410,2 nm (6→2) |
| Paschen | \(n_f = 3\) | infrarosso | 1875 nm (4→3); 1282 nm (5→3) |
Che cosa resta e che cosa cade del modello di Bohr
Bohr non è la meccanica quantistica: è un modello di transizione, e va saputo collocare.
Resta valido: la quantizzazione dell'energia degli stati legati; l'esistenza di uno stato fondamentale; la relazione \(hf = E_i - E_f\) per emissione e assorbimento; l'interpretazione degli spettri a righe come impronta dei livelli; i valori numerici per l'idrogeno.
Cade: l'idea dell'orbita. Un'orbita è una traiettoria, cioè posizione e velocità definite in ogni istante — proprio ciò che il principio di indeterminazione vieta. Inoltre il modello non funziona per atomi con più di un elettrone, non spiega le intensità relative delle righe né la loro struttura fine, e i postulati restano imposti dall'esterno invece di seguire da una teoria. La meccanica quantistica sostituirà le orbite con gli orbitali: distribuzioni di probabilità di presenza, senza traiettoria.
Una notazione utile, dovuta a de Broglie: la condizione \(m v r = n\hbar\) equivale a dire che la circonferenza dell'orbita contiene un numero intero di lunghezze d'onda di de Broglie, \(2\pi r = n \lambda\). Le orbite permesse sono quelle in cui l'onda associata all'elettrone "si chiude" su se stessa, come un'onda stazionaria su una corda. È il primo indizio che la quantizzazione degli atomi e la natura ondulatoria della materia sono lo stesso fatto.
Scegli il livello di arrivo: se è più basso l'atomo emette un fotone (l'elettrone scende), se è più alto deve assorbirlo (l'elettrone sale solo se arriva il fotone giusto). L'energia del fotone è esattamente \(|E_i - E_f|\), e da questa segue la lunghezza d'onda, quindi il colore. Le righe visibili appaiono nello spettro in basso con il loro colore reale.
Scala radiale compressa. I raggi reali vanno come \(n^2\): con \(n=6\) l'orbita sarebbe 36 volte la prima e \(n=1\) risulterebbe di pochi pixel. Nel disegno le orbite sono compresse per essere tutte visibili; il raggio reale è indicato numericamente. L'orbita stessa, poi, è un'immagine del modello di Bohr, non della meccanica quantistica.
Colori delle righe. Qui la palette dell'app viene sospesa: le righe di Balmer sono disegnate con i colori corrispondenti alla loro vera lunghezza d'onda. Le transizioni ultraviolette (Lyman) e infrarosse (Paschen e oltre) non hanno colore percepibile e sono marcate come tali.
Spettro accumulato
- Le transizioni che finiscono su \(n=2\) (Balmer) sono le sole visibili. Tutte quelle che finiscono su \(n=1\) sono ultraviolette: nessuna riga colorata comparirà nello spettro visibile, per quanto tu insista.
- Il salto \(2 \to 1\) è il più energetico dei "salti singoli": 10,2 eV. Il salto \(3 \to 2\), che vediamo rosso, vale solo 1,89 eV, perché i livelli alti sono vicini tra loro.
- Per salire serve un fotone di energia esatta: se scegli una transizione in assorbimento, l'atomo la accetta solo con \(hf = \Delta E\). È il motivo per cui gli spettri di assorbimento hanno righe scure nelle stesse posizioni delle righe di emissione.
- Con "Ionizza" l'elettrone viene portato oltre \(n \to \infty\): sopra 0 eV è libero, e lo spettro non è più a righe ma continuo.
Formule di questo modulo
\[ E_n = -\frac{13{,}6\ \mathrm{eV}}{n^2} \qquad r_n = n^2 a_0,\ a_0 = 0{,}0529\ \mathrm{nm} \]\[ hf = E_i - E_f \qquad \frac{1}{\lambda} = R_H\!\left(\frac{1}{n_f^2}-\frac{1}{n_i^2}\right) \]Risolti correttamente: 0 / 0
Modulo 6 di 6
Indeterminazione e funzione d'onda
Un limite che non dipende dallo strumento, e la mappa di presenza che lo esprime.
6. Il principio di indeterminazione di Heisenberg
Nel 1927 Heisenberg formula un limite che non riguarda la nostra abilità sperimentale, ma la struttura stessa della realtà quantistica. Per la coppia posizione-quantità di moto:
\[ \Delta x \cdot \Delta p_x \;\ge\; \frac{\hbar}{2}, \qquad \hbar = \frac{h}{2\pi} = 1{,}055\cdot10^{-34}\ \mathrm{J\,s} \]e per la coppia energia-tempo:
\[ \Delta E \cdot \Delta t \;\ge\; \frac{\hbar}{2} \]In parole: più precisamente è definita la posizione di una particella lungo una direzione, meno è definita la sua quantità di moto nella stessa direzione, e viceversa. Il prodotto delle due indeterminazioni non può scendere sotto \(\hbar/2\).
Il principio non dice: "i nostri strumenti disturbano il sistema, quindi non riusciamo a misurare bene". Questa lettura, comune e sbagliata, presuppone che la particella abbia una posizione e una quantità di moto precise che noi non riusciamo a leggere. Il principio dice qualcosa di più radicale: uno stato quantistico in cui entrambe le grandezze siano definite con precisione arbitraria non esiste. Non c'è un valore nascosto da scoprire.
È una proprietà della descrizione, non della strumentazione: migliorare la tecnologia non sposta il limite di un fattore due. Se un giorno leggerai che "l'indeterminazione dipende dall'errore di misura", quella frase è una semplificazione che tradisce il concetto.
Pensa a una nota musicale. Una nota perfettamente definita in frequenza — un la a 440 Hz esatti — richiede un'oscillazione infinitamente lunga: se dura un millesimo di secondo, non è più un la, è un "clic" che contiene un intervallo largo di frequenze. Durata breve e frequenza precisa sono incompatibili, non per colpa del microfono, ma perché "durata" e "frequenza" descrivono lo stesso oggetto in due modi che non possono essere entrambi netti.
La relazione \(\Delta E \cdot \Delta t \ge \hbar/2\) è esattamente questo, con \(E = hf\): uno stato che vive poco tempo non ha un'energia netta. Ha una conseguenza misurabile — le righe spettrali di stati a vita breve sono più larghe. Il limite dell'analogia: qui non stiamo descrivendo un'onda sonora nell'aria, ma un'ampiezza di probabilità, e la "larghezza" riguarda i risultati possibili di una misura, non l'ampiezza fisica di una vibrazione.
Due conseguenze da conoscere
Stabilità dell'atomo. Perché l'elettrone non cade sul nucleo? Confinarlo in una regione piccolissima (\(\Delta x\) piccolo) impone una grande indeterminazione sulla quantità di moto, quindi una grande energia cinetica media. C'è un compromesso: troppo vicino al nucleo l'energia cinetica cresce più di quanto scenda l'energia potenziale. Il minimo della somma cade proprio intorno al raggio di Bohr. L'atomo ha una dimensione minima perché vale l'indeterminazione.
Stima veloce. Confinando un elettrone in \(\Delta x = 0{,}10\) nm (dimensione atomica):
\[ \Delta p \ge \frac{\hbar}{2\Delta x} = \frac{1{,}055\cdot10^{-34}}{2\cdot 1{,}0\cdot10^{-10}} \approx 5{,}3\cdot10^{-25}\ \mathrm{kg\,m/s} \] \[ \Delta v = \frac{\Delta p}{m_e} \approx 5{,}8\cdot10^{5}\ \mathrm{m/s} \]L'indeterminazione sulla velocità è di centinaia di chilometri al secondo: dello stesso ordine della velocità stessa. Parlare di "velocità dell'elettrone nell'atomo" è quindi privo di senso operativo. Ripetendo lo stesso calcolo per un granello di polvere di \(10^{-9}\) kg localizzato entro un micrometro si ottiene \(\Delta v \sim 10^{-19}\) m/s: inosservabile. Ecco perché la meccanica classica funziona benissimo dove funziona.
7. Verso la meccanica quantistica: la funzione d'onda
Nel 1926 Schrödinger scrive l'equazione che governa l'evoluzione dell'oggetto centrale della teoria: la funzione d'onda \(\psi(x, t)\). Non è necessario risolverla a questo livello; è invece essenziale capire che cosa rappresenta.
La funzione d'onda non è l'elettrone, e non è un'onda materiale che vibra nello spazio come un'onda sonora. È un'ampiezza di probabilità: un oggetto matematico il cui modulo quadro dà la densità di probabilità di trovare la particella in un punto, se lì si effettua una misura di posizione. Questa è l'interpretazione probabilistica di Born (1926):
\[ P(x)\ \propto\ |\psi(x)|^{2} \]Quando in statistica diciamo "c'è il 30% di probabilità che il dado dia 5 o 6" descriviamo la nostra ignoranza: il dado, mentre rotola, ha in ogni istante una posizione e una velocità precise, e con dati abbastanza buoni potremmo in principio prevedere l'esito. La probabilità classica è ignoranza su un fatto già determinato.
La probabilità quantistica è di un'altra specie. \(|\psi|^2\) non descrive la nostra ignoranza su dove l'elettrone "sia già": descrive dove può manifestarsi quando lo si misura. Prima della misura non c'è un valore nascosto e determinato — se ci fosse, la doppia fenditura non funzionerebbe come funziona (il punto 4 di quell'esperimento è precisamente il test che esclude questa lettura). Il modo meno sbagliato di pensare a \(|\psi|^2\) è come a una mappa di presenza: dice quanto quella regione partecipa all'esistenza della particella.
Alcune proprietà chiave, dette a parole:
- Le ampiezze si sommano, le probabilità no. Con due fenditure aperte, \(\psi = \psi_A + \psi_B\), e la probabilità è \(|\psi_A + \psi_B|^2\), non \(|\psi_A|^2 + |\psi_B|^2\). La differenza tra le due espressioni è il termine di interferenza, che può essere negativo: da qui le frange scure dove i due contributi si cancellano.
- La quantizzazione nasce dalle condizioni al contorno. Se una particella è confinata (in una buca di potenziale, in un atomo), solo certe funzioni d'onda si "chiudono" correttamente, esattamente come solo certe frequenze sono possibili su una corda di chitarra fissata agli estremi. I livelli energetici discreti non sono un postulato aggiunto a mano come in Bohr: sono una conseguenza matematica. Questo è il punto in cui la teoria di Schrödinger supera il modello di Bohr.
- Orbitali al posto di orbite. Nell'atomo la soluzione dell'equazione dà gli orbitali: regioni con una data distribuzione di \(|\psi|^2\). L'immagine corretta dell'atomo di idrogeno nello stato fondamentale non è un puntino che gira, ma una nuvola sfericamente simmetrica, più densa vicino al nucleo, il cui massimo di probabilità radiale cade a \(a_0\).
- La misura. Quando si misura la posizione, si ottiene un valore, e la descrizione successiva del sistema cambia di conseguenza. Come e perché questo avvenga è il problema della misura, ancora oggetto di interpretazioni diverse. Il fatto che la teoria funzioni con straordinaria precisione senza che questo punto sia chiuso è, di per sé, un'informazione onesta da avere.
In ventisette anni, dal 1900 al 1927, la fisica ha dovuto rinunciare a tre convinzioni che sembravano ovvie: che l'energia si scambi con continuità, che un oggetto abbia sempre posizione e velocità definite, e che il futuro sia in principio prevedibile con esattezza. In cambio ha ottenuto una teoria che spiega la stabilità della materia, gli spettri atomici, il legame chimico, i semiconduttori, i laser e le celle fotovoltaiche, con un accordo quantitativo che non ha eguali.
Se a questo punto l'insieme ti sembra corretto nei conti ma non ancora "credibile" nelle immagini, sei esattamente dove dovresti essere. La familiarità con la meccanica quantistica non si costruisce trovando l'analogia giusta: si costruisce usandola, e vedendo che i suoi conti tornano. Le prossime tre sezioni servono a questo.
Sopra: la funzione d'onda di una particella localizzata, un pacchetto la cui ampiezza è concentrata in una regione di larghezza \(\Delta x\). Sotto: la distribuzione delle quantità di moto che quel pacchetto contiene. Le due larghezze non sono indipendenti — stringi l'una e l'altra si allarga, con il prodotto vincolato dal basso.
- Il prodotto \(\Delta x\,\Delta p/\hbar\) resta fisso al minimo consentito, \(0{,}5\), per qualunque larghezza: non è una coincidenza, è il vincolo.
- Con "molto localizzato" il pacchetto contiene poche oscillazioni e la distribuzione delle quantità di moto è larghissima: la particella non ha una velocità definita.
- Con "quasi onda piana" hai una lunghezza d'onda ben definita — quindi una quantità di moto precisa — ma la particella non è più in nessun posto in particolare.
- Con "elettrone in un atomo" (\(\Delta x \approx 0{,}1\) nm) l'indeterminazione sulla velocità supera i \(10^5\) m/s: è la ragione per cui "l'orbita dell'elettrone" non è una descrizione utilizzabile.
Formule di questo modulo
\[ \Delta x\,\Delta p \ge \frac{\hbar}{2} \qquad \Delta E\,\Delta t \ge \frac{\hbar}{2} \]\[ \hbar = \frac{h}{2\pi} = 1{,}055\cdot10^{-34}\ \mathrm{J\,s} \qquad P(x) \propto |\psi(x)|^2 \]Risolti correttamente: 0 / 0
Verifica conclusiva
Riepilogo di tutti i moduli
Dieci domande di teoria e cinque problemi su tutto il programma, con punteggio alla consegna.
Quindici domande su tutto il programma: dieci di teoria e cinque problemi numerici. A differenza dei quiz di sezione, qui non riceverai un riscontro immediato: rispondi a tutte, poi ottieni il punteggio e la spiegazione completa di ciascuna domanda. Le risposte sono mescolate a ogni tentativo, quindi ripetere la verifica non premia la memoria della posizione.
Puoi tornare indietro a rivedere le tue risposte prima di consegnare. Un consiglio: se una domanda ti sembra ovvia in fisica quantistica, rileggila. Spesso l'alternativa "ovvia" è la lettura classica del fenomeno, che qui è quella sbagliata.
Quiz dei singoli moduli
Ogni modulo ha il proprio quiz a riscontro immediato, sui soli argomenti di quel modulo. I link portano direttamente al quiz.